Rivoluzione è rinascere assieme

Commenti

  1. Caro Francesco,

    ho riletto adesso, con calma e direi con gusto, il tuo ottimo articolo. Mi pare di poterlo chiamare (ri)fondativo, perché non ha scandalo di (ri)percorrere i passi sostanziali che danno luce e calore alla visione portata avanti da Darsi Pace, la quale poi, a sua volta, non è appena una “genialata” estemporanea e magari scaltrita ma cresce (ed in questo dimora luminosa la garanzia della sua robustezza) nell’ascolto umile ed aperto della natura e del significato stesso dell’Incarnazione, per cui il mondo “ci riguarda” e non è appena un accidente alla libera espansione del nostro Sé o qualcosa da cui estraniarsi in cerca di chissà quali mistici traguardi.

    E capisco in prima persona, che se dico che “mi riguarda”, vuol dire che non posso “imparare a guarire” senza prendere il mondo, e l’intervento politico su di esso, come una variabile imprescindibile della mia guarigione. Lo capisco adesso, ma devo sempre (ri)comprenderlo, perché devo fare questo lavoro oltre il pensiero dominante, il pensiero pigro: quel pensiero che negli anni settanta ci chiamava ingenuamente alla prospettiva di un mondo rivoltato finalmente libero da ogni alienazione, che oggi in spensierata antitesi, ci convince di un mondo inossidabile e su cui nessuna possibilità di intervento è possibile, invitandoci a ritirarci nella cura dei nostri “malesseri speciali” (come lucidamente cantava Franco Battiato in “Un’altra vita”, canzone il cui testo andrebbe probabilmente imparato a memoria, dove nella polarità da superare tra “eccitanti/ideologie” e “tranquillanti/terapie” dice già tutto).

    Sono abbastanza “antico”, e ho vissuto la stagione in cui ci si illudeva di “guarire” intervenendo sul mondo, senza alcun lavoro specifico su di sé. Adesso il campo si è ribaltato, si cerca risposta al proprio disagio nella spiritualità disincarnata e/o nella terapia psicologica, convinti che se almeno il mondo va in rovina, ci si possa costruire un ambito, si trovi un riparo, magari sul lettino di un terapeuta. Se niente può essere cambiato, e per questo sto male, che almeno io trovi un rifugio!

    Caro Francesco, non è sbagliata la terapia psicologica, so per esperienza che a volte è necessaria. Né è sbagliata, in sé, l’idea di intervenire sul mondo. Ad essere sbagliato – lo capisco meglio leggendoti – è prendere queste polarità come separate, seguire una o l’altra a seconda della moda, che è ultimamente determinata (mi insegna da sempre don Giussani, che non era esattamente un trotskista) proprio dal potere.

    Sganciare le due polarità alla fine è rendersi inefficaci, creativamente e generativamente impotenti, e questa impotenza – poiché nasce da una opzione interiore e non da una circostanza oggettiva – ricade a peso maggiorato sul nostro stato di salute, interiore ed esteriore.

    Perciò, ogni tentativo serio e appassionato di riconnettere queste due polarità, mi viene da pensare, è intrinsecamente e irrevocabilmente rivoluzionario. Ed è, mi viene anche da pensare, totalmente cattolico. E fa stare meglio.

    Aggiungo un nota generazionale. Noi “grandi” (alcuni di noi) abbiamo spesso scosso la testa, di fronte a certe pretese “rivoluzionarie” dei tempi passati. Ma anche se non abbiamo condiviso certe istanze, ugualmente ci sorprendiamo alla volte con una grande nostalgia addosso. Perché alla fine l’idea che si potesse cambiare il mondo, rendendolo migliore, più bello e leggero, ebbene quell’idea ci piaceva. Ancora ci piace.

    Dunque riprendere un’idea di rivoluzione possibile, aggiornandone i tratti, è anche molto terapeutico.

    In fondo, l’anima nostra, attende questo.

  2. giancarlo salvoldi dice

    Caro Francesco, giustamente dici dell’indigestione di politica e del rivoluzionarismo degli anni ’80, quando dalla miriade di gruppi eversivi sono derivate le Brigate rosse.
    Il fatto è che quella indigestione ha provocato la morte della passione politica per diverse generazioni.

    Il virus all’origine della malattia era un’ideologia dalla genesi lunghissima che ha lasciato irrisolti ancora oggi gli anni di piombo, la resistenza/guerra civile (al Porziùs i partigiani comunisti hanno fucilato tutti capi partigiani cristiani del Friùli), lo scontro tra socialisti e comunisti del 1919 che ha spalancato le porte al fascismo, e prima Porta Pia.

    Nel 2020 fanno premio ancora le cristallizzazioni ideologiche e la storiografia agiografica, conseguenza di un mix micidiale di giacobinismo e di bolscevismo.
    Ognuno di noi può sperimentare che chi racconta fatti “sconvenienti” viene tacciato “di destra”.
    Ma la purificazione della memoria per la pacificazione è alla base di tutti i processi di riconciliazione attuati nel mondo.

    E credo che sarà possibile anche per noi e si tratta, come dici, di integrare l’ombra: così come lo facciamo a livello personale, va fatto anche a livello di storiografia.
    Occorre rileggere la storia per integrarne tutte le ombre, tutte insieme, sennò il processo sarebbe sterile.

    Oggi credo che possiamo ricordare il 25 aprile in una prospettiva di scioglimento delle durezze persistenti per procedere alla ricostruzione che ci interpella nel disastro del coronavirus, perchè “niente sia più come prima”.

    A proposito di 25 aprile voglio ricordare che sono alla scuola di mio padre che al tempo della dittatura era obbligato, nel sabato fascista, a fare istruzione militare. Ha sempre indossato la divisa da ufficiale e mai la camicia nera, che sarebbe stata più conveniente, ma lui era un cattolico antifascista: e gliene sono grato.

    Francesco, hai sintetizzato il lavoro di “Reset” che il gruppo de “L’Indispensabile” ha fatto, ed io concordo con la linea tracciata, con i passaggi necessari, con la “visione” che anima tutto.

    E dici : “Questa rivoluzione implica poi una conversione personale e una prassi storica di trasformazione concreta delle politiche economiche, della comunicazione di massa e delle organizzazioni partitiche”, sennò falliremo.

    Conosco l’urgenza delle questioni incombenti, e vedo il sacro furore giovanile, ma la mia lunga esperienza mi dice che per non fallire dobbiamo essere consapevoli che per creare i presupposti per una rivoluzione democratica del XXI secolo occorre un lavoro di diversi anni sul piano culturale.
    Lunghi anni per costruire, far maturare e diffondere una cultura nuova, e solo con quella potremo passare ai livelli della costruzione di una politica, di un’economia, di una giurisprudenza nuove.

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